LA STIMOLAZIONE
MAGNETICA TRANSCRANICA NELLE NEUROSCIENZE COGNITIVE
Per decenni il sogno
di molti scienziati è stato quello di interagire con il funzionamento
cerebrale in modo non invasivo. Questo è divenuto in parte possibile,
a partire dalla metà degli anni ’80, grazie alla introduzione di una
tecnica conosciuta come stimolazione magnetica transcranica (TMS). Da
subito la TMS è stata utilizzata in clinica neurologica come strumento
diagnostico per patologie che comportano un’alterazione della
funzionalità di diverse strutture nervose (Hallet 2000, Rossini et al.
1994). Nel 1989 Amassian e colleghi (1989) dimostrarono che la
performance di un soggetto nell’identificare uno stimolo visivo era
compromessa dopo che un singolo stimolo magnetico veniva dato a
livello dell’area visiva in un intervallo compreso tra i 60 msec e 140
msec dopo la presentazione dello stimolo. In seguito a questo lavoro
la TMS, grazie alla sua capacità di modulare l’attività neurale in
modo non invasivo, ha iniziato ad essere ampiamente utilizzata, nello
studio delle abilità cognitive, da diversi gruppi di ricerca. Infatti
la TMS rappresenta una tecnica di riconosciuta validità nello studio
delle funzioni corticali come dimostrato anche dai diversi lavori
presenti in letteratura. In particolare la TMS, sia a singolo stimolo
che a stimolo ripetuto (rTMS) è ampiamente utilizzata nell’uomo sano
come strumento in grado di chiarire il ruolo funzionale di determinate
aree corticali (Walsh et al. 2000; Walsh et al. 2003). Questa metodica
consente di esplorare le basi neurali delle funzioni cognitive
(memoria a breve e lungo termine, linguaggio, abilità spaziali e
percezione), e tutti questi studi hanno dimostrato un effetto
specifico, suggerendo che la TMS induca una modulazione di alcuni
circuiti neuronali delle diverse aree cerebrali associative che
sottendono a specifiche funzioni cognitive.
Allo stesso modo di
Amassian, Harris e collaboratori (2003) stimolando la corteccia
somatosensoriale primaria sono riusciti ad ottenere estinzione
tattile. Questo esperimento ha consentito agli autori di localizzare
direttamente e con estrema precisione sia la posizione spaziale della
corteccia somatosensoriale che il preciso intervallo temporale
all’interno del quale questa corteccia entra in gioco dopo la
presentazione di uno stimolo tattile. Queste informazioni sono
risultate essenziali per un successivo esperimento che riguardava il
ruolo della corteccia “somatosensoriale” primaria nell’immagazzinare
informazioni tattili nella memoria di lavoro. In particolare prima
dell’inizio di ogni esperimento sulla memoria di lavoro i soggetti
dovevano fare un compito di discriminazione tattile, mentre degli
stimoli magnetici singoli venivano dati 20 msec dopo la presentazione
dello stimolo tattile (Cohen et al., 1991) posteriormente alla
posizione nella quale veniva misurata la soglia motoria del soggetto.
Questi stimoli potevano essere unilaterali destri, unilaterali
sinistri o bilaterali. Muovendo il coil gli autori sono stati in grado
di localizzare la posizione e l’orientamento ideali per interagire con
il funzionamento della corteccia somatosensoriale primaria ed ottenere
estinzione dello stimolo presentato controlateralmente. Questo
esperimento sottolinea come sia possibile, in alcune circostanze,
individuare l’area target attraverso l’uso della stessa stimolazione
magnetica. Proseguendo con questo esperimento gli autori hanno poi
dimostrato che la corteccia somatosensoriale primaria sembra agire non
solo come centro di analisi corticale ma anche come magazzino
temporaneo di informazioni che contribuiscono al funzionamento della
memoria di lavoro somatosensoriale (Harris et al. 2003).
Più recentemente la
TMS è stata utilizzata anche nello studio della memoria episodica
(Rossi et al. 2001, 2004; Miniussi et al. 2003; Sandrini et al. 2003).
La memoria episodica si riferisce alla capacità di memorizzare e
recuperare eventi specifici della nostra vita. Il funzionamento di
questo sistema, che mantiene traccia delle nostre esperienze
quotidiane, richiede la codifica e successivamente il recupero di
informazioni dalla memoria a lungo termine (Tulving, 2002). La sua
importanza ha portato molti ricercatori a studiarne le basi neurali
utilizzando le tecniche di neuroimaging. Questi studi hanno messo in
evidenza che durante lo svolgimento di compiti che prevedono
l’utilizzo della memoria episodica le aree prefrontali giocano un
ruolo rilevante nella codifica e nel recupero di informazioni. Si è
anche visto che l’attivazione di tali aree risulta essere asimmetrica
(Tulving et al. 1994; Habib et al. 2003), ed in particolare che c’è
una prevalenza di attivazione delle aree frontali di sinistra durante
la codifica, mentre durante il recupero si attivano maggiormente le
aree frontali di destra. Tuttavia il ruolo causale di questa
asimmetria a livello prefrontale non è ancora chiaro. Nell’esplorare
il funzionamento di quest’area corticale alcuni autori si sono
proposti, attraverso l’utilizzo della stimolazione magnetica
transcranica ripetitiva (rTMS), di investigare tale aspetto. Inoltre
in un lavoro successivo (Rossi et al. 2004) è stato indagato se
l’invecchiamento fisiologico modifichi la “specializzazione” di queste
aree nei compiti di memoria episodica (Cabeza 2002). Questi autori
hanno utilizzato una prova che prevedeva la codifica ed il successivo
recupero di informazioni visuo-spaziali. Mentre i soggetti
sperimentali eseguivano un compito di codifica e recupero di
informazioni visuospaziali questi ricercatori hanno stimolato la
corteccia dorsolaterale prefrontale (DLPF) avvalendosi della capacità
della rTMS di interferire temporaneamente con il funzionamento
dell’area stimolata. Sono stati valutati 66 soggetti sani divisi in
due classi di età (minori di 45 anni, maggiori di 50 anni). Durante la
fase di codifica i soggetti dovevano fornire una risposta che
categorizzava delle immagini mentre, durante la fase di recupero,
dovevano riconoscere tra delle immagini (vecchie e nuove) quelle già
viste. Il compito era diviso in 6 blocchi sperimentali e la rTMS (500
ms, 20 Hz, 10% sotto soglia motoria) veniva applicata, in modo
randomizzato, sulla corteccia DLPF di destra o di sinistra a seconda
della condizione. Come controllo hanno utilizzato una stimolazione
inefficace. I risultati documentano che la rTMS della corteccia DLPF
interferisce in modo selettivo con la fase di codifica e di recupero
delle informazioni. Inoltre tale interferenza risulta essere diversa
nei due gruppi di soggetti (giovani vs non-giovani). In particolare
mentre entrambi i gruppi, nella fase si codifica, fanno più errori
dopo la stimolazione a sinistra, durante fase di recupero il gruppo
dei soggetti giovani fa più errori dopo la stimolazione a destra e il
gruppo soggetti non-giovani fa più errori dopo la stimolazione a
sinistra. In conclusione in accordo con i dati precedenti (Tulving et
al., 1994; Habib et al., 2003) hanno trovato un’asimmetria funzionale
della corteccia DLPF, durante lo svolgimento di un compito di memoria
episodica. In particolare hanno visto che, in compiti con materiale
visuo-spaziale la corteccia DLPF di sinistra risulta essere
maggiormente coinvolta durante la fase di codifica mentre quella di
destra è maggiormente coinvolta durante la fase di recupero. Inoltre
questi dati dimostrano che tale asimmetria funzionale è soggetta a
modificazioni correlate con l’età. Gli autori hanno perciò ipotizzato
che tali cambiamenti possono riflettere cambiamenti di strategia
adottata nell’esecuzione del compito per consentire al soggetto di
mantenere un livello di performance accettabile compensando in tal
modo un probabile declino funzionale della corteccia DLPF.
Un altro aspetto
sempre correlato con la funzione del lobo frontale in compiti di
memoria, riguarda la capacità di rilevare dei cambiamenti. Per un
organismo la possibilità di rilevare velocemente cambiamenti
nell’ambiente in cui si muove ha un ovvio valore adattivo. Sebbene
l’essere umano sia dotato di un sistema visivo in grado, normalmente,
di rispondere efficacemente a cambiamenti nella scena che osserva,
alcuni studi hanno dimostrato che in particolari condizioni
cambiamenti evidenti possono passare completamente inosservati. Questo
fenomeno prende il nome di cecità al cambiamento, e dimostra in modo
chiaro il ruolo svolto dall’attenzione nel consentire la percezione
consapevole di un cambiamento. Uno studio recente con fMRI (Beck et
al., 2001) ha rivelato che la tale percezione è associata ad
un’attivazione che coinvolge il lobo parietale bilateralmente e la
corteccia prefrontale dorsolaterale di destra. Un successivo studio
con rTMS, ha cercato di chiarire il ruolo della corteccia prefrontale
in tale fenomeno. Dai dati presentati dagli autori è emerso che
l’accuratezza dei soggetti nell’esecuzioni di un compito dove veniva
richiesto di rilevare un cambiamento in un immagine visiva era
peggiore quando erano stimolati (10 HZ per 700 ms a partire dalla
comparsa degli stimoli sullo schermo) a livello della corteccia
prefrontale dorsolaterale di destra rispetto a sinistra e alla
stimolazione simulata sham (Turatto et al. 2004). L’utilizzo della
rTMS in questo modo ci fa capire che, non solo è possibile avvalersi
di questa metodica per valutare il ruolo funzionale di una data area
corticale ma che, è possibile verificare come e se questo ruolo cambi
sia nell’invecchiamento fisiologico che in quello patologico,
suggerendo ancora una volta il suo potenziale “funzionale”.
Secondo alcuni studi
la rTMS sembra avere un effetto sull’eccitabilità corticale che si
estende al di là del treno di impulsi. E’ stato dimostrato che, in
base alla frequenza di stimolazione, la rTMS può sia attivare che
inibire la sottostante regione corticale. Molti studi sostengono che
alte frequenze di stimolazione (>5 Hz) hanno un effetto di
facilitazione mentre basse frequenze di stimolazione (<1Hz) hanno un
effetto di inibizione (Maeda et al, 2000). In particolare è stato
dimostrato che in soggetti volontari sani sia la stimolazione
magnetica a "singolo stimolo" che “ripetitiva” dell'area di Wernicke
determina un effetto facilitatorio su alcuni processi linguistici (picture
naming) (Topper et al., 1998; Mottaghy et al., 1999; Wassermann et al.,
1999). Tenendo conto di questi aspetti, Cappa e collaboratori (2002)
hanno valutato gli effetti della rTMS in un compito di denominazione
di immagini rappresentanti oggetti ed azioni. Il treno di impulsi era
somministrato ad una frequenza di 20 Hz per la durata di 500 msec a
partire dalla comparsa degli stimoli sullo schermo ed i soggetti erano
stimolati al 90% della loro soglia motoria. I dati finali di questo
esperimento confermano il coinvolgimento della corteccia prefrontale
dorsolaterale nella denominazione di azioni. In particolare, i
soggetti erano facilitati solo dopo la stimolazione della corteccia di
sinistra e non dopo stimolazione di quella di destra. Una spiegazione
possibile di questi risultati è che la rTMS applicata alla corteccia
prefrontale dorsolaterale sinistra agisce sul sistema neurale deputato
all’osservazione e alla rappresentazione dell’azione e non degli
oggetti. Nei primati, i “mirror neurons”, attivi sia quando un’azione
è effettivamente eseguita dalla scimmia, sia quando è eseguita dallo
sperimentatore e osservata dalla scimmia (Gallese et al., 1996), sono
stati descritti nella parte rostrale dell’area inferiore 6 (F5).
Un’attivazione simile è stata trovata in soggetti normali durante
l’osservazione di azioni motorie (Rizzolatti et al., 1996). I dati
emersi da questo studio potrebbero quindi essere collegati al ruolo
centrale della corteccia frontale dorsolaterale di sinistra nella
rappresentazione semantica dell’azione e nel riconoscimento di eventi
motori. Inoltre questo esperimento ci fa vedere come l’utilizzo di
parametri di stimolazione che a volte possono essere considerati come
“interferenti” in altri compiti possono avere un effetto facilitatorio.
In uno studio Marzi
e colleghi (1989) hanno esaminato la via corticale attraverso la quale
le informazioni visive, che richiedono una risposta manuale,
raggiungono la corteccia motoria per consentire un’adeguata reazione.
Durante l’esperimento i soggetti rispondevano schiacciando un pulsante
il più velocemente possibile con la mano ipsilaterale o controlaterale
all’accensione di stimoli presentati in uno dei due emicampi visivi.
Attraverso questo metodo è possibile misurare il tempo di trasmissione
interemisferica, e cioè quanto tempo impiega uno stimo presentato
attraverso la modalità visiva a raggiungere la corteccia motoria
controlaterale. Durante alcune prove un singolo stimolo magnetico era
applicato a livello della corteccia extrastriata ipsilaterale o
controlaterale con lo scopo di interferire con la trasmissione dello
stimolo visivo mentre in altre prove i soggetti eseguivano il compito
senza la presenza dello stimolo magnetico. In generale i risultati
mostrano che durante la stimolazione i tempi di reazione,
indipendentemente da dove viene applicato lo stimolo magnetico, sono
più veloci dei tempi di reazione in assenza di stimolazione. Questo
risultato può far pensare ad una facilitazione dei tempi di reazione
da parte della stimolazione magnetica transcranica. In realtà questo
effetto è dovuto ad un meccanismo non direttamente collegato a questa
metodica conosciuto come “intersensory facilitation” che consente un
decremento dei tempi di reazione grazie a quella che viene definita la
ridondanza dell’informazione. Gli autori una volta sottratto questo
effetto dimostrano che la TMS interferisce con i tempi di esecuzione
del compito solo quando l’informazione dell’accensione dello stimolo
visivo deve essere inviato all’emisfero controlaterale ma non quando
l’informazione viene inviata ipsilateralmente, suggerendo l’esistenza
di una via extrastriata per il trasferimento interemisferico. Questo
esperimento ci suggerisce di non farci indurre in errore da dati che
dimostrano una facilitazione o ritardo dei tempi di reazione
“generalizzato” e semplicemente legato alla condizione di
stimolazione. La possibilità che la TMS induca un semplice effetto di
“alertness” o che funzioni come “segnale di trigger” modificando i
tempi di risposta, indipendentemente da quello che può essere
l’effetto a livello corticale, và attentamente considerata prima di
iniziare ogni esperimento.
Anche l’abilità di
manipolare mentalmente immagini visive è stata studiata utilizzando la
TMS. Si tratta di un’abilità importante per lo svolgimento delle
funzioni quotidiane, quali leggere una pianta stradale e capire dove
ci troviamo o essere in grado di riconoscere oggetti visti da diverse
prospettive. Un modo per valutare queste abilità e quello di chiedere
ad un soggetto di svolgere un compito che implichi una rotazione
mentale, ad esempio di una lettera, per dare un giudizio su quelle che
sono le sue caratteristiche.
E’ stato dimostrato
che i tempi di reazione nel riconoscimento di due immagini ruotate
sono proporzionali all’angolo che le differenzia, in altre parole più
un’immagine è ruotata (differisce dalla posizione canonica) maggiore è
il tempo che il soggetto impiega per riconoscerla. Mentre le proprietà
psicofisiche di questo compito sono ben documentate, le strutture
neurali sottostanti questo compito non sono ancora ben conosciute.
Nello studio di Harris e colleghi (2003) gli autori hanno voluto
determinare quali erano le aree coinvolte in compiti di rotazione
mentale, attraverso l’uso della rTMS. Alcuni studi indicano che il
lobo parietale superiore (IPS) è coinvolto in questi processi inoltre,
pazienti con lesioni al lobo parietale, hanno difficoltà ad eseguire
compiti di rotazione mentale. In questo esperimento la rTMS (200 msec,
20 Hz, 10% sopra la soglia motoria) è stata applicata a livello del
solco intraparietale in un intervallo temporale tra i 200 e i 400 msec,
tra i 400 e i 600 msec, tra i 600 e i800 msec dopo la presentazione
degli stimoli da elaborare (lettere). Gli stimoli usati erano dai
caratteri alfanumerici asimmetrici presentati nella posizione
canonica o speculare. Tali caratteri potevano essere ruotati. Il
compito dei soggetti era di stabilire se lo stimolo era presentato
nella sua forma canonica o speculare. I risultati indicano che rTMS
applicata alla corteccia parietale di destra interferisce con un
compito di rotazione mentale, mentre la stimolazione del sito
controlaterale corrispondente non ha tal effetto ma solo
nell’intervallo che va da 400 a 600 msec e
verosimilmente durante questo periodo, l’informazione
da elaborare si trova in corteccia parietale.
Tali risultati confermano ed estendono la nozione che la corteccia
parietale superiore di destra gioca un ruolo essenziale in un compito
di rotazione mentale e dimostrano che questa metodica può essere
utilizzata non solo per stabilire il ruolo funzionale di una data area
ma anche in che intervallo temporale tale area risulta essere
importante.
Le abilità numeriche
sempre attraverso l’utilizzo della TMS sono state studiate da Sandrini
e colleghi (2004). La capacità di elaborare i numeri e di “far di
conto” è indispensabile per svolgere molte attività quotidiane. E’
quindi importante esaminare il modo in cui il cervello rappresenta la
dimensione del numero e come questo viene elaborato. Esistono alcuni
studi di neuroimaging che utilizzando questi compiti hanno evidenziato
un coinvolgimento del lobulo parietale inferiore (Chochon et al.,
1999; Pesenti et al., 2000; Pinel et al., 2001) tuttavia, non è chiaro
qual è il ruolo funzionale di tale area nell’elaborazione della
grandezza numerica. Sandrini et al. (2004) hanno esaminato, attraverso
la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS), qual è il
contributo del lobulo parietale inferiore nella rappresentazione della
quantità numerica. Dai dati di questo esperimento emerge che la rTMS
applicata a sinistra rallenta la prestazione dei soggetti, sia
rispetto alla stimolazione a destra che rispetto quella sham. Questi
dati sono in accordo con studi, di pazienti e di neuroimaging, che
mettono in evidenza il ruolo del lobulo parietale inferiore di
sinistra nell’elaborazione numerica (Fias et al., 2003; Lemer et al.,
2003; Pesenti et al., 2000; Pinel et al., 2001). Oltre a ciò,
supportano il modello di “finger-counting” proposto da Butterworth
(1999) che enfatizza il ruolo del lobulo parietale sinistro e la
coincidenza di deficit numerici con la presenza della sindrome di
Gerstmann. In conclusione, questo studio attraverso l’utilizzo della
TMS conferma un ruolo funzionale del lobulo parietale inferiore di
sinistra nella rappresentazione della quantità numerica, approfondendo
quelle che sono le conoscenze provenienti da studi di neuroimaging
funzionale.
In conclusione và
comunque detto che nonostante questa metodica sia ampiamente
utilizzata e negli ultimo anni abbia contribuito notevolmente al
progresso delle nostre conoscenze nel campo delle neuroscienze
cognitive, rimangono molti punti da chiarire (e ricerche da
intraprendere) prima che la TMS diventi uno strumento utilizzato in
tutte le sue potenzialità nel campo della ricerca. Il primo aspetto, e
forse più importate, è quello di capire quale è il meccanismo d’azione
di questa metodica. Ad oggi non è ancora chiaro quale siano gli
aspetti principali sottostanti gli effetti di inibizione o
facilitazione sia a breve che a lungo termine. Un’ altro punto è che
quando un’area stimolata, anche se viene individuata con grande
precisione attraverso l’impiego di strumenti di neuronavigazione non
sappiamo fino a che “distanza” dall’area target gli effetti indotti
dalla TMS si possano manifestare. Perciò anche l’utilizzo di
attrezzature con elevata capacità di localizzazione a volte risulta
non essere sufficiente per definire con precisione l’area stimolata.
Oppure anche quando le condizioni di controllo vengono selezionate
accuratamente, spesso viene stimolata, comunque, una regione cerebrale
creando così dei potenziali “confounding” dovuti ad effetti indiretti.
Infine la TMS è stata indicata come una metodica che consente di
“creare” una lesione virtuale (virtual lesion method) nonostante che i
risultati comportamentali indichino che l’area stimolata non viene mai
messa “fuori gioco” ma che generalmente la TMS ha un effetto di
aumentare il livello del rumore neurale di fondo e di conseguenza la
“soglia di risposta”. Tutti questi “dubbi” non facilitano la
previsione o l’impostazione di parametri sperimentali quando si
vogliono misurare i suoi effetti durante lo studio di un compito. E’
quindi interessante approfondire questo ambito cercando di capire
attraverso quali meccanismi e metodi la stimolazione magnetica
transcranica modifica, per brevi intervalli, l’attività cerebrale e di
conseguenza la nostra performance cognitiva.
Non dobbiamo infine
dimenticare che nel progettare qualsiasi esperimento dobbiamo fare
sempre riferimento a quelli che sono gli standard di sicurezza
internazionale per l’utilizzo di questa metodica e seguire le
indicazioni dei comitati etici locali (Wassermann EM.
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