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POTENZIALI APPLICAZIONI TERAPEUTICHE DELLA STIMOLAZIONE MAGNETICA
TRANSCRANICA RIPETITIVA (rTMS)
IN NEUROPSICHIATRIA
La
farmacoresistenza rappresenta un serio problema per la gestione dei
pazienti con disturbo dell’umore dato che circa il 35-40% dei pazienti
affetti da depressione non rispondono efficacemente ad alcun
trattamento farmacologico.
Nel trattamento di
disturbi dell’umore accanto alla terapia farmacologica tradizionale
sono stati proposti approcci terapeutici non farmacologici di cui la
terapia elettroconvulsiva (ECS) ne rappresenta senz’altro l’esempio
più conosciuto. Seppure l’ECS avesse fornito, e fornisca tuttora, un
valido ausilio terapeutico per il trattamento d’alcune forme di
patologie psichiatriche generalmente farmacoresistenti (in particolar
modo nel trattamento della depressione maggiore ricorrente, grave), la
sua natura particolarmente invasiva ne ha largamente limitato
l’utilizzo come metodica terapeutica di routine. L’ECS richiede,
infatti, l’anestesia generale del paziente al fine di limitare al
minimo i rischi della crisi epilettica che la procedura
necessariamente induce e produce spesso effetti collaterali transitori
rilevanti come, stato confusionale e deficit di memoria persistenti.
Inoltre, anche se ancora non provato in modo definitivo, esiste il
rischio concreto di effetti a lunga distanza di applicazioni ripetute
di CS sulla sfera della cognitività. Le implicazioni etiche di una
metodica così invasiva sono pertanto ovvie e stanno alla base di un
aspro dibattito tra i suoi fautori e i suoi oppositori. In alternativa
all’ECS è stata recentemente proposta una metodica non invasiva,
basata sulla stimolazione della corteccia cerebrale mediante campi
elettromagnetici pulsanti d’elevata intensità e brevissima durata in
grado di depolarizzare i neuroni delle specifiche aree corticali
stimolate. Tale metodica, denominata Stimolazione Magnetica
Transcranica (TMS), ha finora trovato largo impiego nella pratica
clinica neurologica nello studio dell’integrità funzionale della via
cortico-spinale e dei fenomeni di plasticità neuronale post-lesionale
(ad esempio secondari a stroke) tanto da rappresentare ormai una delle
principali metodiche comunemente impiegate nei laboratori di
neurofisiologia clinica a fini diagnostici.
Più recentemente,
grazie soprattutto all’introduzione di stimolatori in grado di
somministrare treni d’impulsi ad elevata frequenza [Stimolazione
Magnetica Transcranica Ripetitiva (rTMS)], la TMS ha attratto
l’attenzione della comunità scientifica internazionale come possibile
supporto tecnologico in grado di sostituire l’ECS nel trattamento di
svariate malattie psichiatriche. Studi preliminari eseguiti presso
numerose cliniche neuropsichiatriche e centri di ricerca di diversi
Paesi dimostrerebbero che la TMS presenti un’efficacia terapeutica
sovrapponibile a quella dell’ECS pur in assenza degli stessi effetti
collaterali; la sua somministrazione non richiede inoltre l’anestesia
ed è assolutamente ben tollerata dal paziente (per una revisione
critica consultare Martin J, Barbanoj M, Schlaepfer T, Clos S, Perez
V, Kulisevsky J, et al.
Transcranial magnetic stimulation for treating depression Cochrane
Review. The Cochrane Library 2004.).
Sulla base di questi
studi, è stato pertanto suggerito l’utilizzo della rTMS come valido
ausilio nel trattamento di patologie psichiatriche:
di pazienti schizofrenici con allucinazioni uditive (Hoffman et al.
2000), dei disturbi ossessivo-compulsivi (Greenberg et al. 2000) e per
altre patologie, quali l’epilessia, alcune distonie ed il dolore
cronico, caratterizzate da una condizione di aumento dell'eccitabilità
corticale (Wu et al. 2000; Boroojerdi et al. 2000). Accanto a questi
utilizzi la rTMS è stata impiegata estesamente per il trattamento dei
pazienti affetti da depressione maggiore farmacoresistente (George et
al., 1995; Pascual-Leone et al. 1996; Lisamby et al. 2002; Loo et al.
2003; Fitzgerald et al. 2003;
Gershon et al., 2003; Padberg et al., 1999,
2003). Seppure la depressione maggiore rappresenti di gran
lunga la patologia dove è maggiormente indicato l’utilizzo della rTMS,
le recenti evidenze di un possibile contributo della stessa metodica
nell’ambito del trattamento dei disturbi d’ansia sembra aprire nuove,
promettenti, applicazioni terapeutiche in campo neuropsichiatrico. In
definitiva l’evidenza clinica del potenziale terapeutico della rTMS ha
indotto alcuni Paesi come Canada ed Israele ad inserire tale metodica
nei protocolli di trattamento di alcune malattie psichiatriche, tra le
quali la depressione maggiore.
La stessa metodica
ha trovato inoltre applicazione nel trattamento non-farmacologico di
alcuni disturbi del movimento riconducibili ad una disfunzione
dopaminergica dei circuiti neurali cortico-sottocorticali come le
discinesie tardive indotte da prolungato trattamento farmacologico
antipsicotico (Brambilla et al. 2003). A tale riguardo è stato documentato come la rTMS
possa modulare i livelli di dopamina a livello della corteccia
prefrontale, dello striato e dei sistemi mesostriatale e mesolimbico
sia nell’uomo sia in modelli animali (Ben-Shachar et al. 1997;
Strafella et al. 2001, 2003; Keck et al. 2002 ma vedi anche Pridmore
1999, Strabella et al. 2003; Szuba et al. 2001).
La
possibilità di indurre cambiamenti nella eccitabilità corticale che
perdurano oltre il periodo di stimolazione sembra essere uno dei
principali motivi che possono spiegare i benefici risultati ottenuti
con i pazienti depressi; questi cambiamenti duraturi dell’eccitabilità
corticale dipendono da un numero elevato di variabili come la
frequenza di stimolazione, l’intensità dello stimolo, il sito e il
numero di applicazioni. Il ‘carico’ totale di stimolazione (numero di
stimoli/seduta/giorno, numero di sedute) sembra comunque essere un
punto importante per la sua reale efficacia e una recente meta-analisi
(Martin
et al., 2004) conclude che risultati positivi si ottengono solo dopo
trattamenti di almeno due - quattro settimane.
Mentre
alcuni di questi parametri trovano relativo consenso nella comunità
scientifica come determinanti critici per il trattamento della
depressione (il sito di stimolazione è la corteccia sinistra
dorsolaterale prefrontale) su altri non c’è ancora consenso. Uno di
questi è la frequenza di stimolazione usata. In generale la bassa
frequenza (<1 Hz) induce un decremento dell’eccitabilità corticale,
mentre l’alta frequenza (5-20 Hz) ha effetti opposti (Hoffman et Cavus
2002). Nonostante alcune differenze nel disegno sperimentale diversi
studi hanno dimostrato che entrambi i tipi di stimolazione hanno
effetti positivi simili sull’umore dei pazienti depressi. Questo è
abbastanza contradditorio dal momento che ci si dovrebbe aspettare che
opposti cambiamenti nell’eccitabilità corticale producano effetti
opposti sull’umore, o nel migliore dei casi che solo un tipo di
stimolazione sia efficace. In realtà sembra che quando applichiamo
sulla corteccia di sinistra solo l’alta frequenza risulta efficace
mentre la bassa frequenza è efficace quando è applicata a destra
(Gorge et al., 1999).
Nonostante
l’evidenza clinica di un contributo della rTMS nel trattamento di
svariate patologie neuropsichiatriche, gli esatti meccanismi
attraverso i quali tale metodica è in grado di esplicare il suo
potenziale terapeutico non sono ancora ben conosciuti. Si ritiene,
come già anticipato, che il meccanismo principale d’azione della rTMS
si basi sull’induzione di modificazioni a lungo termine delle
caratteristiche di eccitabilità della corteccia cerebrale, fenomeno
verosimilmente riconducibile a meccanismi di plasticità neuronale. È
stato, infatti, dimostrato che, se adeguatamente somministrata, la
rTMS può indurre modificazioni dell’eccitabilità corticale che
persistono a distanza di tempo dalla sospensione della stimolazione
stessa. Per la precisione, stimolazioni a bassa frequenza (£ 1 hz)
inducono un decremento dell’eccitabilità corticale (Chen et al., 1997;
Siebner et al. 2003; Wu et al. 2000; Wassermann et al., 2001) mentre stimolazioni a frequenza più elevata (5-20
hz) comportano un incremento dell’eccitabilità (Berardelli et al.,
1998; Pascual-Leone et al 1994; Wu et al., 2000) ed una corrispettiva diminuzione dell’inibizione
intracorticale che persiste per svariati minuti al termine della
stimolazione stessa. La natura di tali modificazioni dell’attività
elettrica corticale indotte dalla TMS è però poco conosciuta.
Questo potrebbe dar credito alla
possibilità che altri fattori, in aggiunta o in sostituzione alla
modulazione dell’eccitabilità corticale possano essere responsabili
del miglioramento osservato nei soggetti depressi (vedi anche
Manes et al 2001; Rossini et al 1992).
In uno studio
condotto dal nostro gruppo (Miniussi et al. 2005) volevamo far luce
sui meccanismi sottostanti il trattamento con rTMS nella depressione e
volevamo verificarne la sua applicabilità clinica. Sessanta pazienti
depressi farmacoresistenti furono assegnati casualmente a dei cicli di
stimolazione a bassa (<1hz) o ad alta frequenza (>5hz) (vedi Wasserman
1998). L’area stimolata era la corteccia prefrontale dorsolaterale di
sinistra. Venti di questi pazienti ricevevano solo un trattamento
reale, mentre i rimanenti quaranta ricevevano sia un trattamento reale
che un trattamento placebo (per cinque giorni consecutivi) distanziati
tra di loro da un intervallo di due mesi. Complessivamente i dati
mostrano che, sebbene sia rilevabile una generale mitigazione del
quadro depressivo, questo risultato non è strettamente ascrivibile
all’effetto reale della stimolazione dato che, il miglioramento
ottenuto nelle due condizioni di stimolazione (alta e bassa frequenza)
e nei due tipi di trattamento (reale versus placebo), non è
statisticamente differenziabile. Abbiamo trovato una differenza
significativa solo nel caso in cui la stimolazione reale ad alta
frequenza veniva applicata come secondo trattamento. Sebbene i
risultati di questo studio mostrino un miglioramento clinico dopo il
trattamento reale, questa risposta è clinicamente indistinguibile da
quella ottenuta dopo il trattamento placebo.
In conclusione il contributo
della rTMS nel trattamento della depressione è ancora una questione
aperta. In particolare, non è ancora abbastanza chiaro se il
miglioramento nella risposta clinica descritto nei pazienti trattati
possa essere completamente attribuibile agli effetti biologici della
rTMS, oppure se gli effetti della TMS siano indistinguibili da un
effetto placebo aspecifico.
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