LE CARATTERISTICHE POLISONNOGRAFICHE DEL SONNO
Da quando l’uomo ha cercato di interpretare il
misterioso fenomeno costituito dal sonno, le ipotesi prevalenti
hanno seguito due opposti indirizzi. Per alcuni il sonno era
analogo alla morte, e questo perché, apparentemente, le funzioni
mentali venivano sospese. Per altri costituiva, al pari della
veglia, una particolare attività mentale. Fu per questo che
Esiodo, quasi otto secoli prima di Cristo, chiamò il sonno
“fratello della morte”, mentre Shakespeare faceva dire ad Amleto
di considerare il sonno alla stregua del sogno o come l’occasione
per sperimentare forme particolari di attività mentale. All’inizio
del Novecento, Freud sviluppo ulteriormente questo concetto
pubblicando una serie di lavori destinati ad influenzare per
decenni le ricerche sul sonno. Ma soltanto con la recente
introduzione dell’elettroencefalogramma (EEG) nella clinica e
nella ricerca ad opera di Berger nel 1929 (figura 1), e delle
associate tecniche poligrafiche, è stato possibile approfondire i
meccanismi bioelettrici che sottendono il sonno, aprendo il varco
alla dimostrazione che il cervello durante questo stato di
coscienza non è silente.

Figura 1. Dispositivo di registrazione EEG
di H. Berger
L’architettura di una notte di
sonno si manifesta infatti come una storia che inizia con l’addormentamento,
si evolve nella notte e finisce con il risveglio. Il primo
tentativo di sistematizzazione delle caratteristiche
elettroencefalografiche (EEG) del sonno ha condotto
all’individuazione di 5 stadi (A,B,C,D,E), ordinati in
progressione da quello di veglia (A) caratterizzato dalla presenza
predominante di ritmo alfa, a quello di sonno profondo (E),
caratterizzato dalla predominanza di ritmo delta (Loomis et al.,
1937).
Gli esperimenti di Moruzzi e
Magoun (1949) hanno spianato la strada allo studio dell’attività
elettrica cerebrale durante il sonno, sono stati infatti i primi a
focalizzare l’attenzione sulle sue funzioni e sull’importanza dei
diversi stati di coscienza del cervello, dimostrando l’esistenza
di un processo di attivazione responsabile delle onde elettriche
EEG e verificandone l’origine tronco encefalica. In seguito,
fondamentali si sono dimostrate le osservazioni di Aserinsky,
Kleitman e Dement i quali hanno iniziato nel 1950 uno studio
sistematico sul sonno.
In particolare si distinguono
due tipi di sonno:
il sonno REM (Rapid Eye
Moviment) caratterizzato da movimenti oculari rapidi, con
tracciato EEG desincronizzato, simile a quello di veglia (con
onde a basso voltaggio) ma con una caduta del tono muscolare
(per questo chiamato anche “sonno paradosso”)
il sonno Non-REM (NREM),
così definito in contrapposizione al sonno precedente, in
quanto caratterizzato dall’assenza di movimenti oculari rapidi
e da una progressiva sincronizzazione del tracciato EEG.
La successiva registrazione
dell’elettroculagramma (EOG), in aggiunta a quella dell’EEG (Aserinsky
& Kleitman, 1953), ha condotto ad una descrizione più articolata
delle fasi del sonno. Si propone quindi una nuova classificazione
del sonno sulla base delle variazioni congiunte dei parametri
elettroencefalografici ed elettroculografici. Qualche anno dopo
Berger (1961) esegue la prima registrazione dell’attività
elettromiografica (EMG) durante il sonno e osserva oltre ad un
grande rilassamento nel sonno rispetto alla veglia, una drastica
caduta del tono muscolare durante il sonno REM. Così nuovi
riferimenti fisiologici contribuiscono alla siglatura del sonno ed
al VII congresso dell’Association for Psychofisiological Study of
Sleep emerge la necessità di creare un comitato scientifico per la
definizione di una terminologia standard e di un sistema
attendibile di siglatura degli stadi del sonno.
Nel 1968, il comitato di esperti
presieduto da Rechtschaffen e Kales (R&K) ha stabilito i criteri
per la siglatura del sonno in soggetti adulti normali sulla base
delle variazioni contigue di tre parametri fisiologici:
elettroencefalogramma (EEG), elettroculogramma (EOG),
elettromiogramma (EMG).
In base a questa
classificazione, vengono identificati 5 differenti stadi del
sonno: uno stadio REM e quattro NREM. Ogni stadio è caratterizzato
da un certo numero di variabili fisiologiche che compaiono
congiuntamente ed i parametri standard polisonnografici così
ottenuti riflettono la macrostruttura del sonno. Questo pattern
macrostrutturale del sonno può variare a seconda di diversi
fattori: fattori endogeni (come l’età) o fattori esogeni (come il
rumore ambientale), ma anche a causa della forte incidenza di
droghe e di disturbi del sonno.
In particolare i criteri
proposti da R&K prevedono:
La classificazione di
singoli stadi del sonno in base ad informazioni
polisonnografiche (PSG) provenienti dall’attività EEG, EMG ed
EOG.
L’intera registrazione PSG
viene divisa in segmenti temporali (epoche) la cui lunghezza
standard è di 20 sec (per una velocità di acquisizione di
15mm/sec) o di 30 sec (per una velocità di acquisizione di
10mm/sec).
Ogni epoca viene etichettata
con uno stadio, anche se nella stessa epoca si presentano
caratteristiche poligrafiche tipiche di stadi differenti per
un periodo non superiore alla metà dell’epoca.
Questo sistema di
classificazione è molto utile in quanto: la siglatura dello stadio
per ogni epoca è data in riferimento ai fattori descrittivi che
maggiormente caratterizzano quella data epoca; consente di avere
uno strumento standard tra differenti laboratori; dà la
possibilità di comparare le registrazioni di soggetti normali con
quelle di pazienti con disturbi del sonno.
MONTAGGIO EEG ED I RITMI DEL CERVELLO
Per la preparazione del soggetto alla
registrazione EEG del sonno si posizionano degli elettrodi sullo
scalpo secondo le regole standard del Sistema Internazionale 10-20
(Jasper, 1958). Tale sistema consente l’individuazione delle varie
regioni corticali in base a due assi di riferimento (figura 2),
uno antero-posteriore (asse “nasion-inion”) ed uno trasversale
(che congiunge i due meati uditivi). Ogni punto viene nominato con
la lettera dell’area cerebrale a cui si riferisce (F, frontale; C,
centrale; P, posteriore; O, occipitale; T, temporale) associata ad
un numero pari per le regioni dell’emisfero destro, e ad un numero
dispari per le regioni dell’emisfero sinistro. Differentemente, i
punti situati sull’asse “nasino-inion” vengono denominati con la
lettera dell’area cerebrale a cui fanno riferimento e associate
alla lettera “z” invece che al numero. Infine con A1 (sinistra) e
A2 (destra) vengono indicate delle regioni elettricamente neutre
di riferimento (lobo auricolare o mastoide).

Figura 2. Montaggio secondo le regole del
Sistema Internazionale 10-20 (Jasper, 1958)
L’intero insieme degli elettrodi
utilizzato per la registrazione EEG viene definito “montaggio” e
nel montaggio così descritto, i diversi elettrodi diventano delle
“derivazioni di attività corticale” che possono essere combinate
con una disposizione di tipo monopolare o bipolare.
Nel montaggio monopolare l’attività di ogni zona viene
riferita ad un elettrodo comune posto su una regione
elettricamente inattiva, solitamente l’osso mastoide o il lobo
dell’orecchio. Con il montaggio bipolare, invece,
l’attività registrata da ogni coppia di elettrodi rappresenta la
differenza di potenziale tra due regioni corticali attive.
Gli elettrodi (derivazioni
corticali) così disposti, raccolgono sorgenti di potenziale con
caratteristiche molto diverse l’uno dall’altra (tabella 1; figura
3).
|
Ritmo EEG |
Frequenza |
Ampiezza |
Aree corticali |
Stati comportamentali |
|
Delta |
0.5-3.5 Hz |
75-200 µV |
Frontale |
Sonno
(stadi 3 e 4 ) |
|
Theta |
4-7 Hz |
50-75 µV |
Frontale Centrale
Temporale |
Sonno (stadio 1 – REM)
Sonnolenza
Veglia |
|
Alfa |
8-12 Hz |
<50 µV |
Occipitale Parietale
Centrale |
Veglia
(a occhi chiusi)
Sonno
(stadio 1 – REM) |
|
Sigma |
12-14 Hz |
<50 µV |
Centrale |
Sonno
(stadio 2)
In minura minore
(stadi 3 e 4 – stadio1) |
|
Beta |
15-35 Hz |
<20 µV |
Precentrale Frontale |
Veglia |
|
Gamma |
35-50 Hz |
<10 µV |
Precentrale Frontale |
Veglia |
Tabella 1. Principali ritmi EEG. Per
ciascun ritmo sono riportati i parametri di frequenza ed ampiezza,
le principali aree corticali dove il ritmo si registra in maniera
più evidente, gli stati comportamentali maggiormente caratterizzat
dalla presenza di ciascun ritmo (Casagrande e De Gennaro, 1998).

Figura 3. Esempi dei principali ritmi EEG.
GLI STADI DEL SONNO
Passiamo ora ad una breve
descrizione delle caratteristiche poligrafiche delle diverse fasi
del sonno, secondo la classificazione standard di Rechtschaffen e
Kales (1968) e ad alcune caratteristiche fisiologiche generali
associate a ciascuno stadio (figura 4).
Stadio W.
Esso corrisponde allo stadio di veglia,
caratterizzato da un EEG che si alterna fondamentalmente tra due
pattern. Un pattern chiamato di 'attivazione' (o pattern
desincronizzato) caratterizzato da onde a basso voltaggio (<20 µV)
e ad alta frequenza (15-35 Hz); ed un secondo chiamato 'attività
alfa' caratterizzato da onde sinusoidali di 8-12 Hz. L'attività
alfa è tipicamente presente ed abbondante quando il soggetto è
rilassato ad occhi chiusi, mentre il pattern di attivazione è
presente invece quando il paziente è in stato di attenzione ad
occhi aperti. I movimenti oculari sono presenti ed il tomo
muscolare è medio-alto.
Stadio 1.
Durante lo Stadio 1 l'attività alfa diminuisce,
L'EEG è costituito principalmente da onde a basso voltaggio con
frequenza mista tra i 4-7 Hz per più del 50% dell’intera epoca. I
movimenti degli occhi sono ancora presenti ma lenti e oscillatori.
L'EMG mostra una attività tonica persistente benché di intensità
inferiore rispetto alla veglia.
Stadio 2.
Nello stadio 2 l’attività EEG di fondo è caratterizzata da un
voltaggio relativamente basso, con frequenza variabile nel range
delle bande del theta (4-7 Hz). Questo stadio è connotato dalla
presenza di due componenti estremamente caratteristiche, i
cosiddetti Comlessi K ed i Fusi del Sonno. I movimenti degli
occhi, in questo stadio, sono assenti mentre l' EMG presenta
ancora un certo grado di attività tonica.
Stadio 3.
Nello stadio 3 il 20% - 50% di ogni epoca deve
contenere attività delta, ovvero onde EEG ad alto voltaggio (>75
µV) e bassa frequenza (0.5 – 3.5 Hz). Il tono muscolare in questo
stadio è lievemente ridotto ed i movimenti degli occhi quasi
assenti.
Stadio 4.
Lo stadio 4 è caratterizzato dalla preponderante
presenza di onde delta (0.5-3.5 Hz), infatti, in questo stadio,
esse occupano più del 50% dell'epoca. I fusi e i complessi K, se
presenti, non sono più facilmente distinguibili dal ritmo di
fondo.

Figura 4. Illustrazione grafica dello stato poligrafico
(EEG, EOG, EMG) di veglia e dei diversi stadi del sonno, con le
caratteristiche morfologiche EEG ad essi associati.
Stadio REM. Lo stadio REM è caratterizzato
da un EEG a basso voltaggio con frequenze miste. L'EEG del sonno
REM ricorda molto quello dello stadio 1 se non per la presenza di
caratteristiche onde, dette a “dente di sega” per la loro tipica
morfologia; l’EOG mostra movimenti oculari rapidi (da cui appunto
la denominazione dello stadio) e l’EMG dei muscoli
sotto-mentonieri mostra una caratteristica caduta del tono
muscolare (detta atonia).
L’IPNOGRAMMA E GLI INDICI POLISONNOGRAFICI
Dall’applicazione delle norme di
siglatura standard all’attività EEG tonica di base si ottiene un
ipnogramma, espressione grafica dei vari cicli NREM-REM, dei vari
stadi del sonno e dei periodi di veglia che si succedono durante
una notte di sonno. L’ipnogramma è caratterizzato da un andamento
“a gradini” ossia da statiche configurazioni (gli stadi del sonno)
interrotte da rapidi mutamenti (cambi di stadio) (figura 5).
Dall’analisi ispettiva del
tracciato, il sonno REM e NREM si ripetono ciclicamente nel corso
della notte per circa 5 volte. Ogni ciclo dura approssimativamente
90 minuti e comprende entrambe la fasi del sonno (NREM-REM); però
all’interno di ogni ciclo, la percentuale e la durata degli stadi
che compongono queste due fasi variano: mentre la prima parte
della notte è caratterizzata da un elevato ammontare di sonno
profondo (stadi NREM 3 e 4) e da una limitata quantità di sonno
REM, nella seconda parte della notte gli stadi 3 e 4 si riducono
mentre aumenta la percentuale di sonno REM. Il quotidiano
passaggio da uno stato di coscienza all’altro, dalla veglia al
sonno NREM e al sonno REM è regolato da una serie di processi di
interconnessione, che influenzano l’andamento circadiano dell’addormentamento:
l’equilibrio omeostatico tra veglia e sonno e l’interazione
ultradiana tra sonno NREM e sonno REM (Borbey e Achermann, 2000).

Figura 5.
Ipnogramma di una notte di sonno di un
giovane adulto normodormiente.
Per lo studio della macrostruttura del sonno
vengono infine brevemente elencati i seguenti parametri
polisonnografici (Casagrande e De Gennaro, 1998), rilevabili sulla
base della siglatura standard.
Latenza di addormentamento (Sleep
Onset Latency, SOL): esprime il tempo che intercorre tra
il momento della “buona notte” (light off) e la prima
epoca di sonno (nelle analisi condotte nel nostro laboratorio
del sonno, questa coincide solitamente con la comparsa del
primo complesso-K o fuso del sonno) (De Gennaro et al., 2001).
Tempo totale di sonno (Total Sleep
Time, TST): rappresenta il tempo che il soggetto ha
trascorso a letto dormendo, è dato dalla sommatoria della
durata di tutto il sonno NREM (stadio 1,2,3, e 4) e del sonno
REM.
Tempo totale nel letto (Time In Bed,
TIB): tempo trascorso a letto, compreso il periodo che precede
l’inizio del sonno e quello che segue il risveglio al mattino
(concorrono a determinare questo valore anche tutte le epoche
di veglia intrasonno >10-s).
Indice di efficienza del sonno (Sleep
Efficiency, SE): indica quanto efficiente è stato il
sonno, se, cioè, è caratterizzato da un rapido addormentamento,
da pochi o brevi risvegli intrasonno, da un breve periodo
trascorso a letto al risveglio (TST/TIB x 100).
Tempo di veglia intrasonno (Wake
After Sleep Onset, WASO) rappresenta il tempo di veglia
nel corso dell’intera notte.
Indici di frammentazione del sonno: numero
dei risvegli della durata >20-s, numero di
cambiamenti di stadio, indice di microarousals (MA)
definito secondo i criteri standard (ASDA, 1992) e indice
di frammentazione del sonno (Sleep Fragmentation Index,
SFI) calcolato con la somma del numero dei risvegli delle
durata ≥ 20-s ed il rapporto tra il numero di cambiamenti di
stadio ed il tempo totale di sonno per ogni ora di sonno (Haba-Rubio
et al., 2004).
Latenza dello stadio 1: tempo che
intercorre tra la “buonanotte” e la prima epoca di stadio 1.
Latenza dello stadio 2: tempo che
intercorre tra la prima epoca di stadio 1 e la prima epoca di
stadio 2.
Latenza dello stadio 3: tempo che
intercorre tra la prima epoca dello stadio 1 e la prima epoca
di stadio 3.
Latenza dello stadio 4: tempo che
intercorre tra la prima epoca dello stadio 1 e la prima epoca
di stadio 4.
Latenza dello sonno REM: tempo che
intercorre tra la prima epoca dello stadio 1 e la prima epoca
di sonno REM.
Durata degli stadi del sonno: tempo
trascorso in ciascuno stadio del sonno. Può essere riferita
sia separatamente per ogni ciclo NREM-REM, che per l’intero
periodo di sonno.
Riferimenti bibliografici
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and models of sleep regulation. In: M. H. Kryger, T. Roth andW. C.
Dement (Eds) Principles and Practice of Sleep Medicine, 3rd
edn. W. B. Saunders Company, Philadelphia 2000: 377–390.
Casagrande M., De Gennaro, L. La registrazione
poligrafica del sonno. Psicofisiologia del sonno. Metodi e
tecniche di ricerca. Milano: Raffaello Cortina Ed.; 1998.
De Gennaro L., Ferrara M., Curcio G., Cristiani
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Haba-Rubio J., Ibanez V., Sforza E. An
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the sleep fragmentation index. Sleep Med. 2004; 5: 577-581.
Jasper H.H. (Committee Chairman). The ten twenty
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Loomis, A.L., Harvey, E.N., Hobart, G.A.
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Rechtschaffen A. and Kales A. (Eds). A Manual
of Standardized Terminology: Techniques and Scoring Stages of
Human Subjects. UCLA Brain Information Service/Brain Research
Institute, Los Angeles, 1968.
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